L’Europa è tosta pure con Matteo

“Basta con l’idea che l’Europa sia la nostra matrigna”, ha tuonato due giorni fa Matteo Renzi in Senato. Ieri, alla Camera, ha corretto un po’ il tiro: “L’Europa che noi vogliamo è quella in cui l’Italia non va a prendere la linea”. Perché matrigna forse no, ma arcigna nei nostri confronti l’Europa lo rimane eccome. Lo confermano le previsioni d’inverno pubblicate ieri dalla Commissione di Bruxelles: il tasso di crescita del pil italiano sarà infatti dello 0,6 per cento nell’anno in corso, meno dello 0,7 per cento stimato sempre da Bruxelles a fine 2013 e quasi la metà del più 1 per cento previsto dal governo Letta.
26 FEB 14
Ultimo aggiornamento: 08:57 | 18 AGO 20
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“Basta con l’idea che l’Europa sia la nostra matrigna”, ha tuonato due giorni fa Matteo Renzi in Senato. Ieri, alla Camera, ha corretto un po’ il tiro: “L’Europa che noi vogliamo è quella in cui l’Italia non va a prendere la linea”. Perché matrigna forse no, ma arcigna nei nostri confronti l’Europa lo rimane eccome. Lo confermano le previsioni d’inverno pubblicate ieri dalla Commissione di Bruxelles: il tasso di crescita del pil italiano sarà infatti dello 0,6 per cento nell’anno in corso, meno dello 0,7 per cento stimato sempre da Bruxelles a fine 2013 e quasi la metà del più 1 per cento previsto dal governo Letta.
Non è una buona notizia per nessuno – il pil è già sceso dell’1,9 per cento l’anno scorso e del 2,5 nel 2012 – e tantomeno per il nuovo presidente del Consiglio che dovrà gestire una ripresa fiacca e una disoccupazione in salita (al 12,6 per cento nel 2014). L’Eurozona nel complesso avanza a velocità doppia (più 1,2) rispetto alla nostra; sorprende in positivo la Spagna: la Commissione ha raddoppiato le stime di crescita di Madrid (più 1 per cento nel 2014) rispetto a quelle invernali, complici le riforme strutturali e un settore bancario meno avaro, ha detto il commissario Olli Rehn.
Il nostro ministero dell’Economia, adesso guidato da Pier Carlo Padoan, in una nota ha sottolineato che almeno “le previsioni confermano un consolidamento della finanza pubblica italiana”, e infatti il rapporto deficit/pil non ha superato il 3 per cento nel 2013 e scenderà al 2,6 nel 2014, facendo pure meglio di quanto stimato dalla Commissione in autunno. Il merito è “dell’abbassamento dei tassi d’interesse sul debito pubblico, effetto anche della riduzione del rischio-paese”.
Che ne è dunque dell’idea protorenziana di rivedere i vincoli europei sul deficit, o di ottenere più tempo in cambio delle riforme? “No news”, ha risposto Rehn ai giornalisti. Il commissario finlandese, oltre a dire che “dobbiamo vedere un maggiore aggiustamento strutturale” e che il debito pubblico deve scendere, ha lodato la competenza del ministro Padoan, la sua dimestichezza con le riforme suggerite decine di volte dall’Ocse (dove il neo responsabile di Via XX Settembre era capoeconomista e vicesegretario generale), per concludere con la solita formula non propriamente urbana: “Padoan sa cosa è necessario fare”. Nemmeno una citazione, invece, per Renzi (Renzi chi?).
Rehn ha confermato anche che l’Italia per il momento ha mollato la presa e non ha chiesto di attivare la clausola di flessibilità sul deficit che doveva servire ad attivare nuovi investimenti in deroga parziale alla stretta sui conti. Una decisione annunciata senza troppa enfasi da Roma lo scorso 14 febbraio, in ore concitate: Letta a metà giornata sale al Quirinale per ufficializzare le sue dimissioni, e poco dopo le 19 il ministero dell’Economia (Mef) di Fabrizio Saccomanni scrive in un comunicato che “la clausola di stabilità così come concepita è di fatto priva di utilità per l’Italia”. Curioso, considerato che lo scorso 3 luglio l’allora premier Letta esultava su Twitter all’annuncio della stessa clausola da parte della Commissione: “Ce l’abbiamo fatta!”, con tanto di hashtag “#serietàpaga”. Cosa è cambiato nel frattempo? Cosa ha convinto Roma a non avvalersi più di una possibilità per la quale si era battuto anche il governo Monti? A sette mesi dall’esultanza di Letta, i conti al Mef non tornavano più: oggi, per essere giudicati sufficientemente “virtuosi” e ottenere il via libera da Bruxelles per utilizzare quella clausola, cioè lo sblocco di investimenti per circa 6 miliardi, sarebbe necessaria una manovra correttiva di simile entità. Quindi Saccomanni, due settimane fa, poteva legittimamente sostenere che la clausola europea era diventata quasi inservibile. Secondo fonti interne al Tesoro, però, “siamo alla parabola della volpe e dell’uva”: se oggi – a differenza di sette mesi fa – è necessaria una manovra correttiva per chiedere la deroga sugli investimenti, la responsabilità è dell’esecutivo Letta, cioè di pil e conti pubblici peggiori delle attese. Forse anche di stime di crescita troppo ottimistiche che circolavano solo al Mef e che nessuna organizzazione internazionale ha mai condiviso.
Renzi però, secondo il Financial Times di ieri, non deve rottamare il tentativo di correggere l’approccio ragionieristico di Bruxelles all’austerity, anzi. “Meglio negoziare tutto assieme che insistere oggi sulla sola clausola di flessibilità per il deficit – dice al Foglio Carlo Altomonte, docente alla Bocconi e fellow del think tank brussellese Bruegel – A giugno il Consiglio Ue discuterà dei ‘contratti per le riforme’ suggeriti da Merkel”. Lo schema prevede più riforme in cambio di più solidarietà. “Se ad aprile il governo italiano avrà presentato un’agenda di riforme con scadenze credibili e risultati verificabili, da lì fino a giugno sarà il periodo migliore per ottenere margini di flessibilità sulla riduzione di deficit e debito pubblico. Alla vigilia delle elezioni europee, come si è visto in questi giorni, Commissione e Consiglio Ue saranno più disponibili. A patto che Roma abbia un piano di riforme”, conclude Altomonte.